CELLES QUI RESTENT

CELLES QUI RESTENT

di Ester Sparatore (Francia-Italia-Belgio, 2019, 90′)

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Sinossi

Vincitore del premio come miglior film al Concorso Biografilm Italia, Celles qui restent racconta la storia di Om El Khir, una donna tunisina che insieme ad altre connazionali conduce dal 2012 una battaglia per scoprire la verità su tutti quei mariti, figli e fratelli scomparsi nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Le “donne-fotografia” – così sono state chiamate per i ritratti dei loro cari che impugnano durante le loro manifestazioni di fronte al ministero dell’interno e all’Ambasciata italiana a Tunisi – continuano a riunirsi davanti ai palazzi del potere per gridare la propria rabbia e il proprio dolore, rivendicando il diritto di conoscere che ne è stato dei propri famigliari: sono convinte che ce l’abbiano fatta, ad arrivare a Lampedusa, e chiedono l’apertura di una commissione d’inchiesta che indaghi sulla sparizione di cinque imbarcazioni salpate da Tunisi tra il 2010 e il 2012.

A bordo c’erano 500 uomini di cui non si è saputo più nulla. Tra loro anche Nabil, il marito di Om El Khir, partito senza dirle nulla il 29 marzo 2011, quando lei era incinta del loro terzo figlio. Nonostante il dolore, la donna ricostruisce la sua vita, trovando la forza nella volontà di dare ai suoi figli un futuro migliore.

L’autrice

Non è la prima volta che tratto questi temi, seppur in maniera molto diversa. Nel mio film precedente, Mare Magnum, ho provato a raccontare la vita di Lampedusa incuriosita dalla grande attenzione mediatica su questa piccola isola di frontiera più vicina all’Africa che alla Sicilia, primo e naturale approdo per tutte quelle persone che dall’Africa scappano dalle guerre e dalla povertà. Durante il montaggio del film, proprio vicino alle co- ste di Lampedusa è avvenuto uno dei più grossi naufragi degli ultimi anni, e io e Letizia Gullo, la coautrice del film, abbiamo deciso di utilizzare sui titoli di coda l’appello del nuovo sindaco Giusi Nicolini: “quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?”.

In qualche modo l’esperienza fatta mi ha portato, attraverso l’incontro con Federica Sossi, a voler sapere qualcosa di più “dell’altra sponda”, e quindi la Tunisia.

La Sicilia e la Tunisia sono divise da una sottile striscia di mare che è una frontiera naturale e allo stesso tempo rappresenta quasi un limite simbolico dell’applicazione dei di- ritti umani. Ho voluto attraversare questa frontiera, cambiare il punto di vista, considerando questo pro- getto quasi una naturale continua- zione del mio viaggio, con una rotta contraria a quella dei migranti.

Considero il documentario come il racconto della relazione che s’instaura tra chi riprende e chi è ri- preso, senza forzature o inganni. Ogni personaggio ha subito ben chiaro quali sono i miei propositi ed è quindi cosciente di cosa rivela alla telecamera. Trovo interessante mostrare come cambia il rapporto con essa. Anche questo è parte del racconto. L’inizio è il momento più delicato. La fiducia va conquistata, ma dopo qualche imbarazzo inizia- le, nasce sempre un rapporto speciale, dove il regista/camera diventa parte di una storia che si scrive giorno per giorno, sapendo qual è il punto di partenza, ma che molto spesso prende direzioni inaspettate e sorprendenti.

Celle qui restent è la storia dell’in- contro tra me, regista siciliana e Om EL Khir, donna tunisina, e la narrazione rispetta la cronologia dei nostri incontri. Si basa sull’alternanza tra sfera privata e pubblica; intimo e politica, ormai indissolubilmente legati tra loro. I riti religiosi, l’Eid, la circoncisione, fan- no da contrappunto alla trama del film, mostrandoci lo scorrere del tempo nell’assenza di Nabil. Sono infine dei rivelatori cruciali dei rap- porti tra gli individui all’interno del- la società tunisina.

L’imbarazzo iniziale di Om EL Khir davanti alla telecamera è svanito in fretta. È diventata quasi una nostra complice, mettendo a proprio agio anche le altre persone filmate e in- coraggiandole a esprimersi spon- taneamente. È cosciente del potere delle immagini e considera questo progetto come un mezzo efficace per far parlare delle famiglie dei di- spersi, ma anche per raccontare le difficoltà di una donna araba, sola con tre figli.

Non ho mai pensato di fare un film d’investigazione, nonostante le fa- miglie portino avanti la tesi della cospirazione da parte degli stati europei. Ogni giudizio è sospeso. Non è un film di critica sulla società tunisina. Non ci sono rivelazioni o soluzioni. È un film d’immersione nella vita di una singola donna, che si ritrova a gestire delle situazioni eccezionali. Cerco di rimanere il più imparziale possibile, in modo da fornire allo spettatore una “ma- tière brute” con cui possa crearsi una propria opinione.

Ester Sparatore

Una risposta

  1. Profile photo ofgibellini.sergio@gmail.com Sergio Gibellini ha detto:

    Il film è molto bello e toccante. Mi ha coinvolto e commosso. Sono contento per il coraggio di queste donne e per la loro emancipazione sociale. Certamente ci sentiamo avviliti ed impotenti riguardo a tutti questi temi. Complimenti alla Regista ed al team che ringraziamo.

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