Rata neće biti

Rata neće biti (La guerra non ci sarà)

di Daniele Gaglianone (Italia, 2008, 180 min)

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Sinossi

Vincitore del David di Donatello come miglior documentario di lungometraggio nel 2009 e del Premio speciale della Giuria al 27° Torino Film Festival. Prodotto da BabyDoc Film.

Notte di capodanno 2008. Fuochi d’artificio su Sarajevo.

Zoran, 28 anni, cammina per le strade della sua città, ripercorre un’infanzia di guerra, la “strage della fila del pane”, il disegno yugoslavo trasformatosi in “prigione dei popoli”, lui sarajevese e serbo “leale”, con un padre che ha combattuto nelle fila dell’esercito bosniaco contro gli assedianti.
Gli strascichi ideologici della guerra portano alla periferia, al quartiere di Lukavica nella Sarajevo “serba”, ad un bar che si chiama Sing Sing e poi a casa di Saša, giovane professore di storia arroccato insieme ai “suoi” a presidio dell’ideale nazionalista.
Dall’altra parte c’è Aziz, ex soldato dell’Armija bosniaca impiegato nella difesa di Srebrenica e fortunosamente scampato al massacro. Ora vive a Ilidža, sobborgo della capitale, ma il suo è un viaggio a ritroso, al luogo dove un tempo c’era il villaggio di sua madre, sulla Drina, il fiume che separa la Bosnia dalla Serbia, un fiume che è anch’esso una madre, ma irrimediabilmente tinto di sangue.
Un altro villaggio cancellato dalla guerra e ora di nuovo abitato e ricostruito. Sućeska, sulle montagne sopra Srebrenica. Mohamed è lo šumar, il guardaboschi. E’ tornato a pascolare il suo gregge, a occuparsi del bosco e del taglio del legname, tutti i giorni percorre gli stessi boschi attraverso i quali è fuggito nei giorni della caduta di Srebrenica.  L’11 Luglio 1995 i nazionalisti serbi comandati da Mladic entrano in città, migliaia di persone cercano rifugio a Potoćari presso la base dei caschi blu olandesi, i maschi sopra i dodici anni vengono separati dalle donne e sistematicamente trucidati nei giorni successivi. Qui Hajra ha visto per l’ultima volta suo marito, mentre i serbi lo strattonavano via. I suoi resti sono stati ritrovati in una fossa comune vicino a Zvornik. Del figlio Nino, che Hajra aveva salutato poche ore prima mentre prendeva la via dei boschi, non ha invece più saputo nulla. Ora la donna vive sola nella casa di Srebrenica, in cui ha voluto tornare.
A Tuzla è stato istituito l’ICMP (International Commission of Missing Persons), il personale lavora al recupero dei resti ancora ammassati nelle fosse comuni o dispersi nei boschi, alla ricomposizione dei corpi, al riconoscimento attraverso l’esame del DNA e infine alla restituzione alle famiglie. E’ un processo difficile e doloroso, ma probabilmente necessario perché il tempo ricominci a scorrere.

L’autore

L’intento del film non è quello di “parlare” della guerra o della Bosnia di ieri o di oggi, costruendo una cronaca o delineando una tesi, quanto piuttosto quello di porci adesso di fronte a uomini in carne e ossa, con i ritmi, i gesti, le emozioni e i pensieri che connotano il loro esistere.
Abbiamo sentito la necessità di lasciare ai discorsi il tempo perché si sviluppassero, perché si potesse ascoltare, vedere e soffermarsi su volti così veri, senza preoccuparci o prestabilire una durata.
Pensiamo che, nel caso di Rata neće biti! l’attenzione alle cose e alla loro complessità sia molto più importante di qualsiasi tesi precostituita. Senza negare la presenza di un’inevitabile mediazione, ciò che vogliamo è restituire la forza e la verità degli incontri fatti in Bosnia, evitando piegare il linguaggio alla costruzione di significati “altri”.

Una risposta

  1. Profile photo ofgibellini.sergio@gmail.com Sergio Gibellini ha detto:

    Molte grazie a Daniela Gaglianone ed ai suoi collaboratori.
    Ho visto con sofferta partecipazione questo importante documento, sono stato due sere ad ascoltare quelle persone, che vivono non molto distanti da noi.
    Ho pensato a quanto la religione attragga le persone, che vengono classificate e divise e che possono essere messe le une contro le altre con i tragici risultati che continuiamo a vedere.
    La prima signora di Srebrenica ha tratto la conclusione di come la politica abbia messo le persone una contro le altre. Sembra un ragionamento banale ma è forse saggio. Come siamo plagiati facilmente.
    Riguardo le atrocità commesse tra persone che prima convivevano pacificamente, si ripetono i meccanismi che inducono persone normali a diventare ferci assassini come nella colta Germania durante l’ultima guerra o in Cambogia o in Ruanda.
    Speranza viene da alcuni giovani che vogliono restare in quei luoghi sperando di migliorare la società. Un giovane deve avere delle speranze.
    Noi qui non siamo liberi ma forse siamo stati davvero immeritatamente fortunati a non essere stati pilotati gli uni contro gli altri. Non lo considererei come un nostro merito.

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