SQIZO

SQIZO

di Duccio Fabbri (Italia, Usa, 2020 – 70 min)

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Sinossi

La storia di Louis Wolfson, scrittore del Bronx, che ha lottato per tutta la vita contro le definizioni correnti di malattia mentale, fortuna e linguaggio.

Diagnosticato schizofrenico in adolescenza, ha ripudiato la lingua madre in favore di un idioma del tutto personale. Autore cult nella Parigi degli anni Settanta, negli Stati Uniti è rimasto un perfetto sconosciuto, giocatore d’azzardo incallito, homeless, outsider assoluto. In età matura si è trasferito a Porto Rico, dove la sua fortuna è cambiata di colpo e dove l’autore del film lo ha rintracciato: a 89 anni vive ancora solo e sospeso tra due mondi, quello del silenzio e quello della parola.

L’autore

Ho scelto Wolfson tra tutte le possibilità che avevo perché lui era quello più svantaggiato, emarginato e diverso di tutti. Sebbene sia americano, Wolfson rifiuta la lingua inglese in ogni forma: scrive in francese e si esprime in un mosaico di lingue straniere. La scrittura dei suoi libri è elegante e piena di autoironia ma dall’effetto crudo, fisico e senza filtri. Il lettore finisce per dividersi tra riso e angoscia, sorpresa e malinconia. Per Wolfson l’esperimento linguistico e il ricorso alle altre lingue non è una questione di estetica, ma di sopravvivenza: sin dalla sua gioventù l’ascolto della lingua madre lo getta in stati di indicibile angoscia. Wolfson ha escogitato una via di guarigione dalla diagnosi di schizofrenia, raggiungendo una tale coerenza tra pensiero e azione da rendere la sua vita un’opera d’arte. La persistenza di Wolfson nel vivere nella realtà della parola scritta, invece che in quella parlata, lo rende un uomo invisibile, come nella leggenda del ‘Flying Dutchman’: una figura visibile a tratti e non da tutti, destinata all’errare perpetuo.

Duccio Fabbri

Una risposta

  1. Profile photo ofgibellini.sergio@gmail.com Sergio Gibellini ha detto:

    Film molto interessante su una persona molto originale. E’ sempre utile conoscere un pensiero anticonformista. Il sig Wolfson sembra essere molto critico con il mondo, ma al tempo stesso essere molto legato alla vita. Preferisce la solitudine ma quando è veramente necessario è capace di vincere la diffidenza e chiedere aiuto. Dopo la ritrosia iniziale, dice di non avere amici, ma che forse il regista e la troupe sono amici. Tutto sommato sembra aver sviluppato straordinarie doti di sopravvivenza in questo mondo. Complimenti e ringraziamenti al regista per aver trovato questa persona ed essere riuscito a raccontarla così bene a noi.

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